"Perchè mi sento sedotta dal suo sorriso? Francamente non lo so. Certamente quella di Dona Suzana non è la bellezza come la intendiamo noi. Ha un viso pieno di rughe, la bocca con pochissimi denti e occhi piccoli che si chiudono quando sorride. Perchè allora mi vedo uscire dal mio ufficio, andare verso la cucina, dove aiuta come volontaria, col pretesto di un bicchiere d’acqua, ma in realtá solo per vederla sorridere?"  dalla lettera 'Il sorriso di Dona Suzana

   

Wesley: il Billy Elliot della Scuola Galli

Maria Tainá

Bianca da Silva Tenorio

Poema di Natale   

Amore in una piccola busta di latte

Ho scoperto Dio in Zeca

Il sorriso di dona Suzana

E il topo rose...

L'aggressione

Notte di fratellanza

Storia di vita piccolina

E' nata Sandy

Un bagno speciale

Una grande perdita

Violenza domestica o sociale?

 

Wesley: il Billy Elliot della Scuola Galli

Wesley entrò a far parte della scuola Galli quando aveva poco più di 7 anni per frequentare il secondo anno della scuola elementare e si fece sempre notare per i suoi modi dolci, educati e intelligenti. Trovandosi di fronte all'obbligo di fare un'attività fisica, provò il calcio e la pallavolo, ma entrambi non gli piacevano. Di nascosto dai genitori entrò nel gruppo di danza Galli, non disse a nessuno della sua passione perché sapeva che non lo avrebbero capito. Sebbene danzasse, continuava a partecipare anche ai campionati di calcio perché il padre li guardava, ma questo era solo un modo di soddisfare il preconcetto del padre: un figlio maschio deve giocare a calcio come tutti i bambini. Arrivò l'ora del primo spettacolo, tempo di prove generali più dettagliate e prolungate, e la mamma cominciò a sospettare che il figlio le stesse nascondendo qualcosa. Fu quello il momento in cui scopri che invece di giocare il figlio passava tutto il suo tempo libero a ballare. Fu l'inizio di un momento difficile per Wesley. Litigava di continuo con i genitori che non accettavano la scelta del figlio per due motivi: primo, con la danza non si guadagnano soldi perché non è una professione, secondo, la danza non è fatta per gli uomini. Nonostante i litigi, Wesley capì che ballare era la sua passione e che avrebbe continuato a farlo contro tutto e tutti. Con il forte desiderio di cambiare il suo futuro attraverso la danza, affrontò il preconcetto dei genitori, che, finirono per accettare il sogno del figlio e cominciarono a sostenerlo e, con l'appoggio dei genitori, si sentì più forte per affrontare tali preconcetti anche fuori casa. Per mancanza di mezzi il progetto "Danza Contemporanea Galli" finì ma la passione per la danza di Wesley no: concluse la scuola media presso l'istituto Galli e iniziò a frequentare il liceo presso un'altra scuola non smettendo mai di studiare danza. Il suo talento fu il passaporto per la partecipazione in una compagnia di danza dell'Università Statale del Cearà. Partecipò alla selezione per l'unico posto maschile nel corpo di ballo della rinomata Compagnia di Danza Edisca (gruppo riconosciuto internazionalmente per la qualità e l'impegno sociale), e grazie alle sue capacità, vinse. Oggi Wesley è un ballerino dell'Edisca e con alcuni amici ha fondato un'accademia di danza in cui è insegnante di balletto classico, jazz e ginnastica ritmica. Wesley ha partecipato ad una selezione molto importante negli Stati Uniti ed è stato l'unico brasiliano ad essere scelto. Nel 2013 è entrato all'università federale del Cearà, nel corso di Danza: dovrà studiare per 4 anni e alla fine potrà assumere il suo posto negli Stati Uniti. La danza ha dato la possibilità a Wesley di poter viaggiare in vari stati brasiliani e di raggiungere mete internazionali quali: Cuba, Argentina e Italia. Alla domanda "Come vedi il tuo futuro?" risponde senza indugio: "Vivere, lavorare e studiare danza e attraverso questa essere protagonista della mia vita per poter aiutare la mia famiglia." E alla domanda "Cosa significa per te la scuola Galli?"Wesley risponde "È stata la base di tutto quello che sono oggi. Stare insieme a quelle persone, crescere con loro e imparare da loro e con loro ha fatto nascere in me il desiderio di camminare con le mie gambe e riuscire a raggiungere i miei obiettivi!"

 
 

Maria Tainá

Maria Tainá: è una bambina che ride sempre. E' difficile credere che lei riesca ad essere così serena pur abitando in una minuscola casa che divide con sei fratelli e i genitori e dove dorme per terra su un materasso, e spesso in tavola ci sono solo riso e fagioli. La madre, Telma, lavora come donna delle pulizie dal lunedì al venerdì, esce di casa alle 5,00 del mattino e torna alle 22,00, il padre, Joatan, è netturbino. Taina cresce con l'assenza dei genitori, sia perché lavorano fuori casa tutto il giorno, sia perché come genitori, non si assumono le loro responsabilità. Mentre loro stanno fuori, Taina rimane a casa affidata alla sorella Taylane di appena 11 anni, che deve anche cucinare, pulire la casa, lavare i vestiti. Joatan, il fratello più grande, 18 anni, è riuscito a concludere il liceo e adesso fa il commesso in un negozio di scarpe. Invece il fratello Jhonati, 15 anni, non ha concluso gli studi perché a 13 anni si è sposato, e oggi vive con la moglie e la figlia di 6 mesi. Alla fine del 2011, dopo essere stata male e aver effettuato vari esami, a Maria Taina è stato diagnosticato il diabete. Dalla scoperta della malattia Taina è seguita dal medico che, inizialmente, le aveva prescritto dei farmaci giornalieri, mentre ora segue solo una rigorosa dieta, perché il diabete è sotto controllo. Vivendo in condizioni igieniche precarie ha anche avuto una pediculosi, che le ha provocato serie ferite al cuoio capelluto. La scuola ha fatto intervenire l'assistente sociale per far curare la bambina, poiché i genitori, nonostante varie richieste da parte della scuola, non facevano nulla per risolvere la malattia della bambina. Alla fine è stato fatto il trattamento anti pidocchi e per evitare un'altra infezione, le sono stati rasati i capelli. Questo purtroppo ha provocato un altro serio problema: la bambina si vergognava di venire a scuola perché aveva paura che gli altri bambini la prendessero in giro, perciò Maria Taina ha perso l'anno scolastico e ora sta ripetendo.

 
 

Bianca da Silva Tenorio

Bianca da Silva Tenorio: è il suo secondo anno all'asilo, frequenta al pomeriggio, purtroppo ancora oggi si trova nella fase di adattamento all'ambiente scolastico, poichè è spesso assente, non fa i compiti a casa per mancanza di un aiuto, e quindi per adesso li svolge tutti in classe. Purtroppo Bianca è una delle tante bambine che fa parte di una famiglia che è un classico esempio di grave disagio sociale.
Bianca vive con la mamma Regiane che soffre di una malattia mentale, dove alterna momenti di lucidità in cui porta i figli a scuola e se ne prende cura, anche se non è molto, a momenti di instabilità, in cui, ad esempio, conserva i cibi all'interno dell'armadio e nessuno può buttare via niente, anche se l'odore è insopportabile.
La casa è piccola e molto affollata: c'è la sorella Emanuela, 16 anni, che ha abbandonato gli studi per lavorare, così porta un aiuto economico in casa; Emanuel 13 anni che a quattro anni subì violenza sessuale da uno zio e dopo questo fatto, la scuola si adoperò per assicurargli una terapia di supporto psicologico, alla quale però fu accompagnato solo qualche volta dai parenti. Ora Emanuel consegna acqua a domicilio; Bruno che ha 10 anni, è un bambino aggressivo, che non teme e non rispetta l'autorità, vende e fa uso di sostanze stupefacenti. Anche in questo caso, la scuola ha cercato di intervenire per aiutare la famiglia, proponendo ad essa di trasferire il ragazzino in una struttura particolare gestita dai salesiani, che offre, oltre all'educazione scolastica un supporto psicologico e sociale, ma questo suggerimento è stato ignorato dalla famiglia; Beatriz e Bruna, gemelle di 6 anni, che stanno ripetendo la prima elementare, poiché hanno molte difficoltà di apprendimento, a casa non sono seguite e a volte saltano la scuola perché preferiscono passare il tempo in strada; la nonna Dionisia, 65 enne, che è pensionata, ma lavora ancora come cuoca per sostenere la famiglia.
I genitori di Bianca sono separati; il padre Fabiano, faceva uso di stupefacenti e alcool, ma lavorava e conduceva una vita "normale". Però da alcuni mesi la droga e l'alcool hanno preso il sopravvento e ha perso il lavoro, lasciato la famiglia e vive mendicando per le strade.

 
 
Poema di Natale

Per questo fummo creati:
Per ricordare ed essere ricordati
Per piangere e fare piangere
Per seppellire i nostri morti -
Per questo abbiamo braccia lunghe per gli addii
Mani per cogliere quel che ci è stato dato
Dita per scavare la terra.

Così sarà la nostra vita:
Una sera sempre ad aspettare
Una stella che si spenga nelle tenebre
Un cammino fra due tumuli
Per questo dobbiamo vegliare
Parlare a bassa voce, camminare piano, osservare
La notte che dorme in silenzio.

Non c'è molto da dire:
Una canzone su una culla
Un verso, a volte, d'amore
Una preghiera per chi se ne va -
Ma quell'ora non dimentica
E ad essa i nostri cuori
Si abbandonano, gravi e semplici

Perché per questo fummo creati:
Per la speranza in un miracolo
Per la partecipazione della poesia
Per guardare in faccia la morte -
Di colpo non più aspetteremo
Oggi la notte è giovane; dalla morte, appena
Siamo nati, immensamente.


(traduzione: Federico Guerrini)
 
 

Amore in una piccola busta di latte

Ci sono momenti della vita in cui qualcuno tocca il tuo cuore senza rendersi conto della profondità di questo tocco. Quando ho assistito al caso di cui sto per scrivere mi sono sentita spinta ad Amare e Agire con tutta l’intensità della mia anima.
Stavo tornando a casa al termine di un caldo pomeriggio. Ero un po’ stanca per la grande quantità di lavoro che avevo espletato quel giorno. Mi dirigevo lentamente verso la macchina per i vicoli della Favela Garibaldi, quando vidi due bambini dall’aspetto affamato. Uno aveva circa cinque anni , l’altro dieci . Erano fratelli.
Alle persone che passavano chiedevano danaro per comprare qualcosa da mangiare. Ricevevano risposte negative o aggressive: - Non disturbate, bambini! Non seccate e andate a casa! I bambini continuavano ad insistere.
Io avevo una busta di latte in un sacchetto che stavo portando a casa. Li chiamai e offrii loro il latte. Lo accettarono con grande gioia e si misero a sedere sul marciapiede di fronte alla scuola. Rimasi ad osservare.
Il piccolino disse al bambino di dieci anni: - Tu sei più grande, bevi prima tu. Consegnò la busta e restò a guardarlo con gli occhi lucenti e la bocca aperta. Io, come un’allocca, contemplavo la scena. Vidi che il bambino più grande portò la busta alla bocca e fingendo di bere , serrò le labbra per non fare entrare nella bocca nemmeno una goccia di latte. Poi, passò la busta al fratello e disse: - Ora tocca a te. Solo un poco.- Il fratellino bevve una grande sorsata ed esclamò:- Come è saporito! - Ora tocca a me, disse il maggiore e portando la busta alla bocca di nuovo non bevve nulla. - Ora a te. - Ora a me. - Ora a te. - Ora a me… Dopo molte sorsate il piccolo, con i capelli ricci, il pancino gonfio e con la camicia strappata bevve tutto il latte…lui solo.
Questo “ora a te”, “ora a me” mi riempirono gli occhi di lacrime. Allora accadde qualcosa che mi sembrò straordinario. Il più grande cominciò a cantare, danzare e giocare a pallone con la busta di latte vuota. Sembrava raggiante. Lo stomaco vuoto ed il cuore traboccante di allegria. Saltava con la naturalezza di chi non aveva fatto niente di straordinario, o meglio, con la naturalezza di chi è abituato a fare cose straordinarie senza dar loro molto importanza.
Da quel monello ho appreso una ulteriore lezione.
E’ così che dobbiamo amare. Ci dobbiamo sacrificare con tale naturalezza, con tale eleganza e con tale discrezione che gli altri non devono nemmeno ringraziarci per il favore elargito.
Mi avviai lentamente verso la macchina assaporando ancora una volta la lezione appresa dai bambini della Favela Garibaldi.

Fortaleza 14/12/01

Auremir

 
 

Ho scoperto Dio in Zeca

Oggi ho visto Zeca…brutto, sporco, drogato, con un dente rotto e una ferita nel dito del piede. Mi ha guardato con gli occhi arrossati e vitrei. Pareva che guardasse oltre me. 
Mi ha chiesto con una voce tremante e ingarbugliata:
- Zia, mi faresti una medicazione al dito del piede? 
L’ho guardato a lungo e il pensiero mi ha fatto tornare indietro nel tempo. Era il 1994. Avevamo appena aperto la scuola. Suor Giuliana era ancora con noi e Zeca era un alunno della prima Serie.
Tentammo, mio Dio, eccome, di tenerlo con noi. ..Allora egli aveva 13 anni. Non beveva né si drogava. Quando si scontrava, picchiava i compagni e voleva picchiare anche l’insegnante, io lo portavo in un’altra sala e gli dicevo quanto gli volessi bene. Lo abbracciavo e pregavo Iddio che mi aiutasse a salvare quel ragazzo. Non devo aver pregato bene. Non so dove ho sbagliato, ma il mio fallimento ancora oggi mi brucia, soprattutto quando vedo Zeca trasformato. 
He, zia? Puoi medicarmi?
La sua voce sonnolenta mi ha fatto tornare alla realtà e ho detto:
Ma si, Zeca. Apro il portone.
Ho chiamato Junia ed ella mi ha guardato impaurita. Come quasi tutti nella favela, ha molta paura di lui. 
E’ una paura giustificata. Zeca è stato già carcerato, è stato sparato, è drogato. Ruba, assalta e fa qualunque follia per procurarsi danaro per il suo vizio. E’ aggressivo e può diventare pericoloso.
Starò nell’ambulatorio con te mentre lo medichi. - Ho detto a Junia e allora, più tranquillizzata ha iniziato i procedimenti di prammatica: pulizia, disinfettante, medicinale… l’odore forte del disinfettante mi ha trascinato ancora una volta indietro nel tempo ed io vedevo uno Zeca bambino, ancora puro e non toccato dalla droga. Gli ho chiesto:
Zeca ti ricordi quando studiavi in questa scuola?
Mi ricordo, zia.
Lo sai che io ti voglio molto bene? 
Ancora adesso mi vuoi bene, zia???!!!
Si, ancora.
Perché?
Non so. Credo perché mi sento responsabile di questa tua vita.
Mi ha guardato come se fossi una matta.
Ma che dici, zia? Responsabile per cosa?
Per non essere riuscita ad entrare nel tuo cuore, parlare la tua lingua, dimostrarti quanto sei speciale e, soprattutto, per non averti dato in tempo giusto la grande notizia che tu sei un figlio amato, prescelto e unico per Dio.
Che ti succede, zia. Ti senti bene?
No, io non stavo assolutamente bene. Mi limitavo a guardare quella figura grottesca e drogata e cercavo, disperatamente, di trovare in quel ragazzo di 19 anni, dove era nascosta l’”Immagine a somiglianza di Dio”.
Oggi ho scoperto che questa somiglianza con Dio è molto più facile trovarla in Zeca che in me.

Fortaleza 6/10/2000 (ricevuto il 20/1/02)

Auremir

 

 
 

Il sorriso di Dona Suzana

C’é qualcosa che mi attrae nel sorriso di Dona Suzana. Chissá perché. Ha una bellezza che trascende l’estetica, una tenerezza che mi seduce e mi incanta. Perchè mi sento sedotta dal suo sorriso? Francamente non lo so. Certamente quella di Dona Suzana non è la bellezza come la intendiamo noi. Ha un viso pieno di rughe, la bocca con pochissimi denti e occhi piccoli che si chiudono quando sorride. Perchè allora mi vedo uscire dal mio ufficio, andare verso la cucina, dove aiuta come volontaria, col pretesto di un bicchiere d’acqua, ma in realtá solo per vederla sorridere? Perchè mi piace il suo sorriso se non riesco mai a distinguere immediatamente se in quel momento sta sorridendo o piangendo? Penso che sia proprio per questo. La sua espressione è esattamente la stessa quando ride e quando piange. Sorride come se chiedesse il permesso al dolore per farlo. E, per quanto mi sia difficile immaginarlo, penso che anche lei un giorno è stata una bambina con un bel sorriso. Si, un bel sorriso, perchè un bambino quando nasce porta con sè un decreto del Cielo che gli permette di sorridere per diritto. I bambini si impossessano di questo diritto inalienabile e sorridono apertamente. Allora provo ad immaginare in quale momento della vita di Dona Suzana le è stato tolto questo diritto. E perchè? Perchè alcuni bambini trovano nella vita motivi per continuare a sorridere mentre ad altri questo sorriso viene spento così presto? Chi fa questa scelta? Sarà un problema sociale, politico, religioso o geografico? Se fosse nata in Svizzera, negli Stati Uniti o in Giappone, il suo sorriso si sarebbe guastato ugualmente? 
Penso a tutte queste cose quando vedo Dona Suzana aggirarsi per la cucina e parlare ininterrottamente. Parla sempre, anche quando piange o sorride. Parla rapidamente e quasi non si capisce. Parla del passato, del presente, del dolore e della sofferenza. Parla anche dei suoi sogni: vedere i nipoti cresciuti, con un lavoro ed una casa prospera ed abbondante. Io la guardo con un misto di ammirazione e compassione ed il mio cuore si riempie di tenerezza e rivolta. Sono sentimenti contrastanti che mi fanno venire le lacrime agli occhi. Cerco nel fondo del mio cuore la parola rassegnazione e non la trovo perchè la parola ingiustizia grida piú forte. Ed in questo groviglio di contraddizioni realizzo che la rassegnazione e il fatalismo che cerco sarebbero la mia fuga. A volte è duro e difficile affrontare di petto il dolore e la sofferenza. Meglio sarebbe nascondere questi sentimenti dietro una facciata di assistenzialismo. Ma il mio cuore è forte e mi permette di affrontare faccia a faccia la sofferenza di Dona Suzana e le dico quanto la ammiro e quanto mi piacerebbe avere la sua forza e il suo sorriso. Lei mi guarda spaventata, senza capire una parola e mi dice:” Dona Auremir, lei si sente bene?”

Favela Garibaldi – Fortaleza- Brasil
13/06/2005


Maria Auremir Medeiros

 
 

 E il topo rose...

Ero nel mio ufficio che lavoravo quando Loudinha, la coordinatrice dell’Educazione Infantile entrò e visibilmente entusiasta mi disse:
Signora, sa chi ha imparato a leggere?
Con curiosità risposi:
No, chi?
Francisco de Assis.
Francisco de Assis????!!!! Il figlio di Conceicao? Non posso crederci!
La mia meraviglia era totalmente giustificata. Francisco de Assis fa parte di una grandissima famiglia, composta di padre, madre e nove fratelli che vive in uno stato di miseria inimmaginabile. La sua casa è una baracca con due locali ed il cui tetto è quasi tutto fatto di plastica ed il pavimento è di sabbia umida e limacciosa. Non ha mobili e la sporcizia ed il caldo umido dominano nella casa. Tutti i suoi fratelli studiano o studieranno nella scuola. Tutti presentano difficoltà nel parlare e hanno carenza di apprendimento. Le sorelle più grandi sono già delle adolescenti e nessuna è mai riuscita ad imparare a leggere. Questo è al di sopra delle loro capacità intellettive, ma nonostante ciò, frequentano la scuola con allegria ed entusiasmo. Non riusciranno mai ad imparare a leggere, tanto meno a scrivere, perchè cognitivamente incapaci, ma se socializzano, imparano che c’è un posto apposito dove mettere le immondizie, che occorre tenere pulito il proprio corpo, gli alimenti e la casa. Imparano che devono chiedere permesso entrando in un ufficio dove c’è la coordinatrice e che devono rispettare noi e gli altri, e soprattutto devono imparare a lasciarsi amare. Molte di queste ragazze sanno disegnare, dipingere, ritagliare e aiutano nella cura dei più piccoli. C’è una di loro, Ana Lucia, che fa parte del “Progetto educativo Mauro Calabresi”. Ma non riesce ad imparare a leggere. Questo è il motivo della mia meraviglia. Le sorelle più grandi non hanno mai imparato a leggere e Francisco de Assis ha appena sei anni! Chiesi a Loudinha, che stava lì ferma davanti a me con i suoi immensi occhi che brillavano:
Sei sicura che Francesco d’Assisi sa leggere?
Sono sicura.
Chiamai il bambino che stava lì vicino e con un libretto in mano gli chiesi di leggere. E lui lesse! Con una vocina timida leggeva a perfezione le piccole frasi del libro. Sentii un’ emozione e pensai: questo è il frutto degli innumerevoli progetti che facciamo con i bambini, di una alimentazione più ricca e salutare e degli stimoli affettivi che ricevono, oltre al lavoro di Carolina, una logopedista che lavora come volontaria, due volte alla settimana. Fui veramente felice.
Mesi dopo entrai nella classe di Francesco de Assis e vidi che due ditine della sua mano presentavano delle ferite e aveva difficoltà a scrivere.
Chiesi:
Che è successo alle tue ditine?
Mi rispose con gli occhi abbassati:
Fu un topo che le rosicchiò.
Cosa? Un topo rosicchiò le tue dita? E com’è che tu hai lasciato che questo accadesse?
Io dormivo, zia.
Ero ancora più confusa e continuai il mio interrogatorio:
Come è possibile che un topo roda le tue dita mentre dormi. Come è successo?
Il suo insegnamento ferì la mia umanità: 
Zia, io dormo insieme a mio fratello in un divano vecchio che c’è a casa. Poichè il divano e stretto, devo appoggiare una mano sul pavimento per non cadere quando dormo. Il topo passò, vide la mia mano sul pavimento e rose le mie dita!!!!
Non riuscivo a credere a quello che sentivo. Cercai di immaginarmi la scena dantesca dei due fratellini, stretti sopra un divano vecchio e strappato e il piccolo costretto a dormire con la mano sul pavimento limaccioso, quale è il pavimento della sua casa, e un topo che rodeva la sua mano. E’ troppo.
Pensai sino a che punto può arrivare l’ingiustizia e la disuguaglianza sociale. Mentre tante persone si lamentano per delle sciocchezze o piccole cose, sdraiate su letti caldi e morbidi, Francisco dorme appoggiando la mano sul pavimento per sostenere il suo corpicino magro e denutrito. E il topo rose…
Asciugai le mie lacrime e con molta tristezza nel cuore mi avviai verso casa.

Favela Garibaldi-Fortaleza
06/05/2004


Auremir

 
 

L’ aggressione


Erano le otto e un quarto di mattina e stavo andando a prendere Ida per recarci poi ad un appuntamento che avevamo nel vice-consolato italiano. Percorrevo in macchina una strada giá fatta mille volte. Ero tranquilla e un po’ distratta. E all’improvviso è successo ! 
Un ragazzo, moro, ha cominciato a colpire il vetro del finestrino della mia macchina con un revolver, urlandomi concitatamente di aprire la porta. Da quel momento tutto si è svolto come a rallentatore. Gli ho consegnato la borsa, il cellulare, la macchina fotografica, tutto quello che avevo di valore. Il mio sguardo era fisso sul revolver sempre puntato sulla mia testa. Il ragazzo ha raccolto tutto molto rapidamente ed è corso via. 
Ho guidato per alcuni minuti senza sapere dove andavo. E’ stata un’esperienza difficile e dolorosa. Ho sentito terrore, impotenza, rabbia. Provavo sentimenti confusi e vorticosi. Non riuscivo a pensare con chiarezza. La tremenda scarica di adrenalina mi aveva precipitato in un mondo di sensazioni strane. Poi, mi sono calmata ed ho cominciato a realizzare il pericolo di morte che avevo corso. 
Inspiegabilmente mi sono sentita calma, la rabbia era sparita.
E’ stata una notte difficile. Ho pensato e ripensato, vissuto e rivissuto mille volte tutto quello che mi era successo la mattina. Che conclusione trarre da un evento tanto forte ? Che lezione dovevo trarre da questo episodio? Al sorgere del sole tutto mi è diventato piú chiaro. 
Vivo in Brasile: paese ricco del terzo mondo, nel quale la ricchezza e la miseria convivono in maniera ipocritamente pacifica. La globalizzazione che ha distrutto la nostra cultura, valori e radici, che ha modernizzato, informatizzato e portato il progresso alle classi alte, ha generato anche un desiderio sfrenato di consumismo. Il progresso ha innalzato agli altari il lucro e il capitale a detrimento del fattore umano e sociale. Questa idolatria del danaro ha toccato tutti i settori brasiliani, arrecando enorme danno a lavoro, salute e istruzione. Si è arrivati cosí ad esigere una mano d’opera sempre piú qualificata ed un insegnamento mirato esclusivamente alla competizione. Ma la contemporanea dequalificazione e deterioramento dell’insegnamento pubblico ci porta verso il caos. 
Il neoliberismo ha dato il colpo di grazia al nostro popolo. In Brasile esiste una moltitudine di persone analfabete e semianalfabete, figli di contadini e agricoltori che, per mancanza di una politica agricola corretta migrano nelle grandi cittá in cerca di una possibilitá di sopravvivenza. Logicamente non la trovano. Questa popolazione, non essendo in condizioni di procurarsi una educazione di qualitá e tanto meno una qualificazione professionale, diventa la Spazzatura del Capitalismo Globalizzato.
In Brasile, come in qualunque altro paese industrializzato, si ‘fabbricano’ milioni e milioni di giovani per i quali non c’è spazio. Essi vivranno sempre ai margini di quella da noi conosciuta come “societá”. Nascono come spazzatura e cosí vivono e muoiono presto, ma c’è poco da rallegrarsi perché la ‘fabbrica’ che produce questa popolazione è molto efficiente.
Quando, Mio Dio, il mondo industrializzato comprenderá che il capitalismo, con i suoi annessi e connessi, è fallito? 
Miserevolmente fallito! 
Quando i personaggi pubblici, detentori del potere, comprenderanno che la barbarie si è installata fra noi mettendo le radici? 
Fino a quando, di fronte alla violenza degli oppressi, continuiremo ad ergere mura intorno alle nostre case e a blindare le nostre macchine ?
Quando arriverá il momento in cui l’uomo sará piú importante del capitale e del guadagno ?
Quando impareremo che l’unica strada percorribile per vivere in pace è quella della solidarietá, della fratellanza e dell’amore ?
Dopo questa mia lunga e travagliata notte, mi sono alzata per iniziare un nuovo giorno. Non sono piú la stessa. Insieme alla paura della barbarie, ho acquisito un nuovo progetto di vita: Cercare le risposte a tutte queste domande.

09/05/2007 


Maria Auremir Medeiros

 

 
 

Notte di Fratellanza

In questo ottavo anno di vita della nostra scuola, pensavo che ormai avevo vissuto tutte le esperienze possibili ed immaginabili. Ero sicura che non poteva accadere niente di nuovo ed invece mi ero sbagliata. La “Notte di Fraternità” fu una cosa nuova, inedita ed inimmaginabile….
Nacque da un mio pensiero: abbiamo passato tanti giorni con i nostri bambini, ma mai una notte. Come sarà vivere insieme una notte? Era un pensiero fisso.
Volevo trascorrere una notte insieme ai ragazzi. Condivisi questo mio pensiero con le collaboratrici (Luciana, Arleide e Loudes). Loudes ci convinse che dovevamo scegliere i ragazzi più grandi, della quinta e sesta serie, perché stavano creando problemi di disciplina .
Per un mese parlammo di questa iniziativa e dicemmo che le due classi più brave avrebbero partecipato alla “Notte di Fraternità”. Subito tutti gli alunni cercarono di comportarsi bene e di migliorare per conquistare il diritto alla notte. Delle quattro classi che attualmente formano le medie, due vinsero e le altre due come premio di consolazione assistettero ad un film ed ebbero altri piccoli premi.
La grande notte si svolse così. Alle 18 i ragazzi arrivarono a scuola, nella mano portavano un sacco con dentro biancheria per dormire. Occhi ansiosi….Quasi sentivamo il battito accelerato di quei piccoli cuori. Erano 78 giovani, curiosi di questa esperienza che andavano a vivere. Ansietà per il nuovo.
Cuori fiduciosi ed una domanda negli occhi : E ora?
L’equipe che li assisteva era composta da dieci persone: sette donne e tre uomini (io, Arleide e Loudes, prof. Roberto (matematica), prof. Flavio ( Fisica), prof. Gomes ( religione), prof. Fatima 
(portoghese), prof. Gleice (geografia e storia) prof. Nasare (alfabetizzazione di scuola antica) e Eliene (bibliotecaria). Anche per noi tutto era nuovo: ci guardavamo l’un l’altro ed il cuore ci batteva forte. Che cosa accadrà d’ora in poi ????
Avverrà l’affiatamento, avverrà l’unione tra i ragazzi?
L’amore si fece sentire, si fece grande, salì dentro di noi, invase tutta la nuova scuola e si diffuse in tutte le parti.
Pregammo, cantammo, facemmo molte gare tra gruppi, tifammo l’uno per l’altro, incentivammo tutti e verso la fine della serata facemmo un grande cerchio e ci abbracciammo strettamente.
Arrivò l’ora di dormire: materassi sparsi, lenzuola pulite ed odorose ed una carezza speciale per la buona notte.
Che notte indimenticabile. Alcuni si addormentarono subito. Quelli che durante il giorno vogliono sembrare adulti, dormendo assumevano la posizione fetale e succhiavano il dito come bebè.
Le carenze fondamentali si facevano sentire. Essi non pensavano che tutti noi avremmo vegliato il loro sonno.
Vegliammo, sì. Piangemmo anche…
Dopo questa notte, non saremo più gli stessi…
Siamo parte gli uni degli altri…concretamente.
Abbiamo sperimentato la fratellanza nel senso più profondo. Siamo complici.
Si rafforza la relazione professore alunno, professore direzione e coordinatori. Alunni alunni, alunni professori.
Abbiamo trovato una nuova strada.
Seguiamo questo percorso perchè ci condurrà all’incontro di noi stessi nella persona dell’altro.
Invito voi tutti, carissimi amici, a vivere con noi una simile esperienza.
Un forte abbraccio.

Fortaleza 14/6/01

Auremir

 
 
Storia di vita piccolina

Quella mattina arrivai a scuola e notai uno strano movimento nella mia stanza di lavoro. Mi avvicinai incuriosita e preoccupata e vidi Elcina con in braccio la sua neonata e Junia la nostra infermiera, che mi aspettavano. 
Elcina è una adolescente di 15 anni. Ha studiato da noi fino alla quarta serie, quando ancora non avevamo la nuova scuola. Poi abbandonò gli studi. Si innamorò di Marcio , adolescente anch’egli, e rimase incinta. Aiutammo Elcina nel periodo della gravidanza. L’incoraggiammo a partecipare ad un corso preparatorio al parto in un ospedale pubblico che ha un reparto specifico per le adolescenti gravide. Tutto si svolse regolarmente. Nacque il bebè, era una bambina morettina, molto piccola e sotto peso. Junia raccomandò ad Elcina di allattarla abbondantemente per farle recuperare il peso in breve tempo. Quando pensavamo che la situazione era ormai sotto controllo, nacque quella riunione di emergenza.
Mi avvicinai e domandai che stava succedendo. Non avevo ancora finito di parlare che Elcina si mise a gridare: - Zia Auremir, non voglio più questa bambina! Rimasi perplessa. Per alcuni istanti non riuscii a dire nulla. Mentre io cercavo le parole più opportune da dire, Elcina continuò singhiozzando:- Qualcuno si deve far carico di questa bambina. Piange sempre, non dorme la notte, non riesce a succhiare perché il mio petto mi fa male, voglio tornare ad essere come ero prima.
Mi fermai a pensare che cosa si poteva dire ad una adolescente quasi bambina, trasformata in madre, che desiderava riappropriarsi della sua infanzia passata. Come dire a quella ragazza che desiderava una cosa impossibile? Come spiegarle che il passo irresponsabile che aveva fatto aveva generato un frutto che non le permetteva di fare marcia indietro? Chiusi gli occhi per alcuni secondi in cerca di ispirazione nel più profondo del mio cuore. In quel lasso di tempo feci una breve e disperata orazione e chiesi a Dio che per intercessione di Sr. Giuliana mi illuminasse e collocasse nella mia bocca le parole di cui Elcina aveva bisogno. 
Cominciai a parlare in uno stato di calma che ero ben lungi dal possedere: 
- Ma Elcina, questa creatura è tua figlia, è la creatura che hai aspettato per nove mesi. Adesso è qui ed ha bisogno di te. Lei ha bisogno di succhiare dal tuo petto per poter sopravvivere. Se tu l’abbandonassi ella potrebbe persino morire e non è questo che vuoi, non è vero? A questo punto cominciò a piangere convulsamente, mentre la figlioletta dormiva tranquilla nelle sue braccia, ignara del ripudio della madre, dei nonni e di tutte le altre persone alle quali Elcina in precedenza l’aveva offerta. Piangeva e ripeteva infantilmente: - Io non voglio questa bambina, io non voglio questa bambina.
Davanti a quella fredda testardaggine che cominciava ad irritarmi, mi sforzai di conservare la calma e continuai: - Dimmi una cosa, Elcina, quando tu avevi rapporti col tuo innamorato, lo sapevi che potevi generare una vita. Ciò nonostante hai rischiato. Sei rimasta gravida, bene, e che ti aspettavi? Una bambina non è una bambola, ha delle necessità che bisogna soddisfare. Lo so che sei giovane, normalmente le ragazze della tua età fanno un altro tipo di vita, studiano e si preparano per un futuro migliore, ma il passo che hai fatto tu non ammette ritorno. Non potrai più essere la ragazzina irresponsabile che eri, prima che tua figlia nascesse. Adesso non devi più guardare indietro, ma andare avanti. Nessuno si prenderà cura di tua figlia al posto tuo. Deve essere accudita da te, da sua madre. Noi ti daremo tutto l’appoggio che potremo. Ti aiuteremo per quanto ci è possibile. Junia e la pediatra ti aiuteranno a far crescere sana tua figlia. Il tempo passa presto e quando la pupetta comincerà a dormire bene, imparerà a sorridere, a riconoscere la tua voce e poi ti chiamerà ‘mamma’. Quello sarà il momento magico della tua vita. 
Mentre io parlavo, Elcina si andava calmando e notai che aggiustava sempre meglio la figlia fra le braccia. Mi resi conto che avevo usato le parole adatte a risvegliare in lei l’istinto materno assopito per la stanchezza, la sofferenza, il dolore del parto e le notti insonni. Smise di piangere e con uno sguardo pieno di speranza mi chiese: - Quando la pupa sarà cresciuta, potrò tornare a studiare?
A questa domanda, chi si mise a piangere fui io. Mille interrogativi mi si affollavano nella testa. Perché Dio permette a delle bambine di trasformarsi in madri? Queste ragazze sono biologicamente donne, ma psicologicamente rimangono bambine. Hanno voglia di dormire, giocare, studiare e innamorarsi, ma non possono sobbarcarsi la responsabilità di essere madri. Perché il sesso prematuro è così seducente quando esse sono ancora bambine? Come si può insegnare a una bambina a sviluppare il suo istinto materno? Quante domande senza risposta, mio Dio!
Dopo questa conversazione, chiesi alla madre di Elcina di aiutarla ad accudire la bambina. Chiesi che alleviasse le fatiche di Elcina e stesse un po’ con lei per permetterle di riposare. 
Junia e la pediatra stanno seguendo la bambina che sta crescendo e guadagnando peso.
Ieri Elcina ci è venuta a trovare con la figlia. Mi ha guardato negli occhi e timidamente mi ha detto: Sono cambiata molto da quel giorno che volevo dare via mia figlia. Ho imparato ad amarla e le ho dato il nome di Vittoria, che ne pensa?
Ho sorriso e ho pensato: - Non ne poteva esistere uno più azzeccato!

Favela Garibaldi
13/5/2003

Auremir

 
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E' Nata Sandy

Mi sono spaventata quando Damiana entrò all'improvviso nel mio ufficio piangendo. Mi alzai di scatto temendo che stesse accadendo qualcosa di grave perché era al nono mese di gravidanza.
Domandai ansiosa:

- che c'è Damiana?

Ella pianse con più forza e dolorosamente mormorò:

- penso che è venuta l'ora della nascita del mio bimbo.

Ebbi voglia di sorridere per il sollievo, ma il suo volto disperato frustrò la mia intenzione. Guardai quel bel visino ed in una frazione di secondo il mio sguardo percorse quel corpo che sembrava mutilato più che gravido. Dio mi perdoni, ma sembrava una aberrazione della natura. Qualcuno ha mai visto come diventa il corpo di una bambina di quattordici anni, al nono mese di gravidanza? 
Nella mia vita ho visto molte donne incinte, incluso me per quattro volte, ma non ancora avevo visto niente in confronto di quegli occhi spaventati, di quel corpo piccolo e magro, di quei piedi gonfi e di quella protuberanza al posto della pancia. Quella era Damiana che mi guardava con un volto disperato chiedendomi aiuto. Nell'abbracciarla notai che tremava tutta. Tentai di distrarla mentre chiamavo un taxi per portarla in ospedale. Le dissi che doveva scegliere un nome per il nascituro. Cercai di scherzare, ma niente attenuava quella maschera di paura che era diventato il suo viso. Desistetti di tentare di calmarla distraendola. Mi avvicinai, toccai la sua pancia irrigidita dalle contrazioni e sentii perfettamente il contorno del bebè sotto la pelle fina che lo nascondeva.
Parlai il più dolcemente possibile:
Non avere paura Damiana. Nascerà presto. Tra poco già starai con la tua bimba in braccio. Avrai dolore, si, ma pensa che passerà presto. Affidiamoci nelle braccia di nostra Madre Maria. Anche lei ebbe un Figlio ed era giovane come te. Verrà con te in ospedale e stringerà forte la tua mano. Collabora con il medico, fai forza quando te lo dirà, respira e segui correttamente le sue istruzioni. Non farti dominare dal panico. Passerà.
Si annidò nelle mie braccia ed era tanto piccola che quasi la contenevano tutta. Lentamente la portai fino al taxi che era arrivato, baciai il suo viso e feci una preghiera in silenzio:
Proteggila, Signore. Calma e tranquillizza il suo cuore. Consolala e fai che tutto sia rapido e sereno. E' soltanto una bambina. Bada a lei, oh Padre!
Nacque una bambolina, perfetta ed in piena salute che Damiana volle chiamare: Sandy

Fortaleza 5/10/00

Auremir
 
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Stavo arrivando a scuola quando ho visto che si avvicinava Thiago. Era sporco, ma di più: era immondo. Un viso sporco mi sorrise. Fermai la macchina e lo chiamai. Mi si avvicinò impaurito, forse pensando che lo volevo sgridare perché aveva abbandonato la scuola insieme ai suoi quattro fratelli quattro mesi prima. Si mostrò sorpreso quando io dissi appena: vieni a scuola con i tuoi fratelli perché ho un regalo per voi. Avevo già dimenticato l'invito quando Glauco, il portiere della scuola, arrivò con un'aria spaventata e disse: Signora Auremir Thiago ed i suoi fratelli sono fuori e chiedono di entrare perché lei li ha chiamati.
L'aria spaventata di Glauco si giustificava perché Thiago con i suoi 12 anni mette paura. Probabilmente prende qualche droga, è molto trascurato e ruba per mangiare. Sua madre è alcolizzata e tradisce il marito con tutti gli uomini che le si avvicinano. Il marito è evangelico e la bastona senza pietà per toglierle il diavolo dal corpo. E' fuggita ed ha abbandonato i figli. Il padre sta via da casa fino a tardi per la rabbia di essere stato lasciato. Thiago 12 anni, Darlene 10 anni, Isaac 8 anni, Eveline 6 anni e Rebecca 4 anni rimangono soli. Per alcuni periodi la madre ed il padre si riappacificano e tornano a vivere insieme ed i bambini riprendono una vita familiare, ma presto ritorna tutto come prima ed i figli ritornano a vivere soli. Questo succede spesso.Bene oggi sono arrivati tutti. Ci guardavano impauriti, erano quattro mesi che non si facevano vedere a scuola. Andai a prenderli sul portone. Erano così sporchi ed esalavano un odore così nauseabondo che quasi annullavano la mia volontà di accoglierli. Allora suggerii in tono allegro:andiamo tutti a farci un bel bagno per essere puliti e profumati. Darlene ed i bimbi piccoli accettarono entusiasti. Thiago ed Isacco reagirono come se io li avessi minacciati di picchiarli. Thiago parlò per lui e per il fratello: No, zia, siamo venuti per il regalo, dacci il nostro regalo e ce ne andiamo, io ed Isaac abbiamo già fatto il bagno. Risposi: Nessun regalo senza bagno. Andiamo a fare il bagno, prendiamo una buona zuppa e dopo vi darò i regali ed andrete via. D'accordo? A malavoglia accettarono la proposta. Io e Darlene entrammo nel bagno con i piccoli e demmo loro una bella strigliata. Shampoo, sapone e fono: insomma una bella doccia. Era doloroso vedere un'espressione di paura su quei visini. Questo mi faceva pensare che non avevano mai fatto un vero bagno con la doccia. Junia aveva procurato vestiti puliti e pantofole per tutti. Dopo fu la volta di Isaac. Lo lavai senza molta fatica nonostante la sua paura per l'acqua. All'inizio non voleva mettersi sotto la doccia, ma voleva prendere l'acqua con le mani e passarla sul corpo, ma dopo poco guadagnai la sua fiducia e si entusiasmò al buon profumo dello shampoo e del sapone ed in breve tempo si lavò. Arrivò il turno di Thiago . Siccome è grandicello mi sentii imbarazzata di entrare con lui nel bagno. Gli insegnai come aprire la doccia e come usarla. Entrò e gli chiesi di levarsi i vestiti sporchi e di consegnarmeli. Chiusi la porta per rispettare la sua privacy e rimasi spaventata quando sentii che Thiago prendeva a pugni la porta chiusa con una sbarretta. Sbalordita la aprii e mi trovai quel bambino quasi della mia dimensione nudo e piangente.Ho paura. Non voglio fare il bagno. Ho paura di rimanere chiuso a chiave nel bagno.Imbarazzata davanti alla sua nudità inaspettata, tentai di convincerlo a tornare nel bagno e che non avrei chiuso la porta. Tenni la porta con le mani e gli dissi che sarei rimasta lì fuori e che lui avrebbe potuto vedere il mio braccio. Niente. Continuava a chiedere che voleva uscire dal bagno. Allora, dimenticando vecchi preconcetti, entrai con lui nel bagno. Lavai i suoi capelli, il suo corpo ed a poco a poco abbandonò la paura, si lasciò bagnare e perfino collaborò. Lo asciugai, lo vestii e dopo andammo tutti, anche i fratelli, a mangiare una buona minestra ed i loro piatti furono ripetutamente riempiti. Mentre mangiavano allegramente ed apparentemente dimentichi della grande prova che era stato il bagno, mi avvicinai e con molta cautela iniziai ad indagare con Thiago perché lui aveva paura nel bagno pur stando io così vicina a lui. Darlene, sua sorella, mi disse: Lui è così, zia, non può rimanere solo in nessun posto perché quando nostro padre arriva a casa ubriaco di notte ci picchia tutti e siccome Thiago reagisce lo chiude in una piccola stanzetta che abbiamo a casa!!!!!
Continuo a fare il bagno a Thiago tutti i giorni!

Fortaleza 22/9/00

Auremir

 
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Una grande perdita

Ho aperto il giornale e sono rimasta scioccata dalla foto di Flavio Fermon. L’articolo diceva che era stato catturato durante una rapina a mano armata. Ho provato in fondo al cuore un dolore indicibile. Mio Dio, e adesso? E’ accaduto il peggio! Non mi riferivo all’arresto ma al fatto che era stato capace di un’aggressione. 
Ho perduto Flavio per la droga. Che tristezza! Un senso di sconfitta mi soffoca e non riesco nemmeno a piangere.
Flavio ha studiato nella nostra scuola da che era piccolo. Era dolce, affettuoso, introverso. Aveva un sorriso un po’ sornione che mi incantava. Gli è sempre piaciuto frequentare la nostra scuola. Per fargli vincere la timidezza, la maestra lo coinvolgeva spesso in spettacoli di danza. Nella capoeira era magistrale. Non era molto amante dello studio ma, poiché ci voleva bene, faceva un sacrificio e sopportava.
Flavio ha dietro di sé una storia tremenda. Quando nacque fu ripudiato dalla madre, che non era sposata, e fu allevato da una vicina. Poi la madre si sposò ed ebbe un figlio che allevava con grande cura ed affetto. Il ragazzo ebbe tutto quello che era stato negato a Flavio. Flavio sapeva chi era la sua madre naturale, sapeva di suo fratello, sapeva del ripudio. Dorotea, la donna che ha cresciuto Flavio come un figlio, era molto povera ed aveva altri tre figli. Amava profondamente Flavio. Faceva grandissimi sacrifici per offrire al figlio l’indispensabile per la formazione.
Il tempo passava e Flavio, nonostante la timidezza, faceva progressi nella vita scolastica. Brillava nella capoeira ed era molto affezionato a tutti noi della scuola. 
Il 10 agosto del 2003 era un giorno prefestivo. Dorotea stava nella scuola per far visitare la figlia più piccola dal pediatra. Abbiamo conversato a lungo. Verso le 18 sono andata a casa e il giorno 11 ho ricevuto una telefonata con la quale mi si informava che Dorotea era morta all’alba di un’emorragia cerebrale. Corsi subito alla favela pensando che l’informazione non fosse vera. Era stato solo uno scherzo di cattivo gusto! 
Quando arrivai mi si presentò una scena terribile. Dorotea morta in un lettino con intorno i suoi figli che disperati, la chiamavano perché si “svegliasse”. Ma la cosa più scioccante fu vedere la figlia piccola di diciotto mesi che apriva la blusa della madre e tentava di portare il seno alla bocca. Aveva fame. In quella situazione disperata avevano dimenticato di darle da mangiare. E’ una scena che rimarrà per sempre scolpita a fuoco nella mia mente. 
Quel giorno ho cominciato a perdere Flavio. 
I bambini piccoli andarono a vivere con la nonna paterna che però si rifiutò di accettare Flavio. La madre naturale, nel trasporto del momento, lo accettò in casa, ma dopo pochi mesi lo mise alla porta dandogli nome e indirizzo di un uomo che diceva essere suo padre. 
Ho visto Flavio dopo qualche mese. Sembrava un altro ragazzo. Era cinico, freddo e…drogato. Gli ho parlato per ore. Ho pianto molto. L’ho pregato di continuare a frequentare la scuola, gli avrei pagato io il trasporto. Mi ha sorriso e mi ha detto: ”Zia, tu non mi conosci più. Il Flavio che hai conosciuto è morto insieme a mia madre”. Ho tentato di fargli capire che si stava sbagliando, che stava affrontando un duro colpo infertogli dal destino, ma che, se continuava a lottare, lo avrebbe superato. Ma lui ha chiuso la conversazione dicendo: ” Io non sarei mai dovuto nascere. La mia vera madre non mi ha mai voluto. La donna che mi ha accettato come figlio è morta. Adesso vivo con un uomo che non conosco, che è sempre ubriaco, non porta cibo in casa, non si occupa né di me né degli altri suoi figli. Faccio uso di crack che non mi fa sentire la fame, mi lascia stordito per cui non so in che giorno e in che mese stiamo. Non distinguo la notte dal giorno. Penso solo alla prossima “dose” che fumerò”. 
E’ andato via. 
Le sorelle continuano a venire a scuola. Chiedo loro sempre sue notizie, ma la risposta è sempre la stessa. Non ne sanno niente, non le va mai a trovare. 
Ho sempre sentito tanta nostalgia di Flavio. 
Ho sperato tanto che il tempo passato con noi potesse fare la differenza fra la morte da lui cercata e la vita che avrebbe potuto costruirsi.
Oggi, triste, col cuore a pezzi, guardo la sua foto. Occhi bassi, viso segnato e cicatrici a me sconosciute. Ho accarezzato ogni cicatrice, i suoi capelli. Ho parlato a lungo con la foto e…poi ho pianto.


Favela Garibaldi
13/02/2007

Auremir
 
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Violenza domestica o sociale?

La mattina presto, appena arrivata a scuola Arleide mi ha chiamato e mi ha detto: ‘Oggi abbiamo un altro bambino che è stato picchiato!’ Ho sentito la solita vampata di rivolta mista a dolore salirmi per la gola e ho domandato: ‘Di chi si tratta questa volta?’ Arleide mi ha risposto: ‘di Vinicio’.
Mi ha preso un colpo: ‘Vinicio, il figlio di Vera???!!!’ le ho domandato perplessa. ‘Si, proprio lui’, mi ha risposto Arleide.
La mia sorpresa non era per il doloroso problema, ancora una volta, di un nostro bambino picchiato. Questo, purtroppo, accade con una frequenza insopportabile. Abbiamo fatto molto per rendere edotti i genitori e i parenti dei bambini del nostro totale rifiuto e intolleranza della violenza domestica. E anche se questa è diminuita, purtroppo si continua a verificare. 
La sorpresa era che, questa volta il bambino picchiato apparteneva ad una famiglia ben strutturata. La madre è attenta e istruita, rispetto alla maggior parte delle madri. Come può Vera aver picchiato il figlio di cui si prende cura con tanto affetto?
Arleide mi ha informato che aveva già provveduto a chiamare la madre, le aveva spiegato che picchiare i bambini è un crimine e che noi non tolleriamo questi abusi etc., etc. …il discorso che conosciamo a memoria. Mi ha detto che si era messa a piangere e che aveva promesso che il fatto non si sarebbe ripetuto.
Al pomeriggio sono stata sorpresa dalla visita di Vera. Ha detto che desiderava parlare con me in privato. L’ho condotta in una sala appartata e ho pensato:’Si giustificherà dell’accaduto e giurerà che non lo farà più ‘.
Normalmente le madri incolpano il bambino, il marito, il vicino, dicono qualunque cosa per giustificare l’errore commesso. 
Con mio grande stupore ha cominciato a dirmi:
’Mi dispiace molto di averle creato un problema. Mi dispiace molto di aver commesso una infrazione alle norme della scuola. Voglio che sappia che non succederà più. Non è giusto procurare dei problemi a voi che già ne dovete affrontare tanti.’
Nessuna parola di pentimento per il dolore che aveva arrecato a suo figlio. Nessuna giustificazione per un comportamento così brutale. Nessuna preoccupazione per i danni fisici e morali che avrebbero potuto segnare Vinicio. Questo fatto mi ha spaventato e mi sono ribellata non riuscendo a mascherare la mia indignazione. Ho parlato con voce fredda e tagliente: ‘Quanto a tuo figlio, non senti niente?’ 
Mi ha risposto con un filo di voce:
‘Lui dovrà crescere sapendo che non ha una buona madre. Non riesco ad essere una brava persona. Io non valgo niente. Sono malvagia. Ho provato ad essere una buona madre ma non ci riesco. Mi sono stancata di lottare contro la cattiveria che mi porto dentro.’
Mi sono sorpresa ancora di più. Sono abituata a sentire madri che si giustificano e accusano altre persone dei loro errori; ma non avevo mai visto una persona accusare se stessa e in maniera tanto forte.
La rabbia è svanita dentro di me facendo posto a un immenso sentimento di pietà per quella giovine Signora seduta di fronte a me, con gli occhi bassi e una espressione di infinita amarezza.
Ho fatto un lungo sospiro, le ho toccato lievemente la mano che teneva posata sul ginocchio e le ho chiesto a bassa voce, usando lo stesso tono che usava lei: ‘Perché pensi di essere cattiva? Perché hai picchiato tanto forte Vinicio? Io so che tu lo ami. Sei attenta, porti i bambini dal medico, vieni con frequenza a scuola, segui la loro vita scolastica. Io non penso che tu sia cattiva, così come dici, ma non capisco come tu possa picchiare, ferire fisicamente e psicologicamente tuo figlio.’
Vera, sempre ad occhi bassi e con un filo di voce mi ha risposto:
‘Io non volevo picchiarlo, ma mio marito è disoccupato. Io non posso cercare lavoro, a causa di mia figlia Vitória di un anno e mezzo. Ieri a casa mia non c’era niente da mangiare. Coi pochi spiccioli che avevo ho comprato il latte per la piccolina. Non avevo nulla da offrire a Vinicio e Veranice. Ho chiesto loro di andare a dormire così non avrebbero sentito la fame, e poi il giorno dopo avrebbero mangiato a scuola.Veranice mi ha obbedito in silenzio, ma Vinicio mi chiedeva con insistenza da mangiare. Io gli spiegavo che non ne avevo, ma egli continuava ad insistere. Allora ho perso le staffe e ho picchiato, picchiato, picchiato. Lui piangeva, io piangevo, ma non riuscivo a smettere di picchiare. Si è fatto tutto buio davanti ai miei occhi. Sono riuscita a fermarmi solo quando una vicina ha gridato che se non la smettevo avrebbe chiamato la Polizia. Ho avuto molta paura, ho provato disperazione. Vinicio si è messo a piangere e poi si è addormentato. Allora ho capito quanto sono malvagia. Lei dice che io amo mio figlio, lo so che lo amo, ma non riesco mai a manifestargli il mio affetto. Non riesco ad abbracciarlo, a baciarlo. Ho voglia solo di sparire per sempre.’
A questo punto io piangevo. Sentivo un dolore profondo nel cuore. Piangevo per Vera, per Vinicio, per tutte le madri della Favela e per tutti i bambini che vivono questo stesso dramma. Ho stretto forte le mani di Vera. Anche lei piangeva. Non sapevo cosa dirle per rendere meno amaro quel dolore, per interrompere quel clima di dramma. 
Le parole si sono formate piano piano nella mia testa, provenendo dal cuore, e le ho detto piangendo: ‘Tu non sei cattiva. L’egoismo umano, quello si. Tu non devi trasmettere a tuo figlio la ferita che hanno inferto alla tua anima. Non devi trasmettere la sofferenza con la quale la vita ti ha segnato. Sei tanto vittima tu quanto Vinicio. Credo che quando lui insisteva a chiedere da mangiare, metteva il dito nella tua ferita interiore. Non era tuo figlio che picchiavi, ma tutti i motivi che ti hanno portato a vivere questo dramma. Non è tua la colpa. Non è di Vinicio. E’ dell’uomo che ‘diventa lupo per l’uomo’. La colpa sta nella mancanza di giustizia sociale, nella mancanza di una giusta distribuzione del reddito, infine, in cose che tu non potrai comprendere facilmente. E’ importante che tu sappia che non sei cattiva. E’ importante che tu sappia che questa cosa non si deve ripetere. E’ importante che tu sappia che hai bisogno di aiuto, di un lavoro per tuo marito, di cibo per i tuoi figli… ‘
A questo punto Vera piangendo convulsamente mi ha interrotto e mi ha detto: ‘Grazie per queste belle parole, ma la cosa di cui ho più bisogno adesso è un abbraccio. ‘
Abbiamo pianto abbracciate per lungo tempo.
Dopo ho pianto da sola perché viviamo una guerra silenziosa, brutale e ingiusta e ….quanti morti! Quanti feriti, mio Dio!


Favela Garibaldi-Fortaleza-Brasil, Aprile 2003.

Auremir
 
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